L’entropia delle parole [in sedici tappe][13]

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La quadratura del cerchio

CAOS…lascia evaporare quella parola all’aria tiepida del pomeriggio. È una parola quasi onomatopeica, la S finale che si fa sibilo di fumo, che per l’entropia del sistema non potrà mai tornare materia da cui si disperde. Senza nulla togliere alla sillaba iniziale, quel CA duro, che richiama altra materia di ben altra natura, o lo schiaffo sul volto, il pugno sul tavolo, l’ingiuria mozzata in gola. Da quel gesto improvviso, improvvido, possono dipartirsi rami inaspettati, sentieri mai battuti, destini ignoti nelle vite di ciascuno. Caos…continua a masticare quella dura parola in bocca, è solo in casa, l’amico è fuori, forse tornerà stasera, forse rimarrà via per una settimana, un mese, un anno…Non ha importanza. Tutto è caos, tutto è bellezza. Cavalca un ronzino cieco su una strada buia e lui è sordo e bendato. Da qualche parte giungerà, ma chissà dove e chissà perché. Se per tutto c’è una ragione, perché porsi domande? E se non ha senso porsi domande, perché porsi obiettivi o limiti? Se tutto è già scritto, perché non rischiare, tentando di capovolgere il beffardo destino? E se nulla è scritto, perché non rischiare, per vedere che effetto farà?

Si accende una sigaretta, una delle ultime. Accarezza il cagnolino, di un colore tra il grigio ed il nero. Se non avesse detto cane, sarebbe uscito fuori un gatto di Schroedinger, questo perché i suoi studi l’hanno portato oltre quel dilemma: non è più il discriminare tra il gatto vivo e morto allo stesso tempo, ma sul dubbio stesso che nella scatola vi sia un gatto, un cane, un’iguana. Viva, morta, ambo le cose. Non sai più nemmeno cosa tu possa avere in quel contenitore. Figurarsi tutto il resto che ne può conseguire. L’incertezza del sistema decade con l’osservazione dello sperimentatore: il militare del posto di blocco aveva deciso di buttare uno sguardo verso la coperta. L’uomo aveva dato un nome alla cosa, definendola “il mio cane”. Voilà: ecco un bel cagnolino, sgusciato fuori da quell’esperimento in doppio cieco. E lui, di vista manchevole, ne aveva saputo più che abbastanza.

«Ehi, bello…vieni qui, su. Da bravo.» chiamò a sé l’animale. Non gli aveva ancora dato un nome. Dare un nome alle cose significava appropriarsene, controllarle, e lui preferiva lasciar libero ciò che era intorno a lui. “Se possiedi una cosa a cui tieni molto lasciala andare: se tornerà a te vuol dire che è tua, altrimenti significa che non lo è mai stata”, aveva letto da qualche parte un giorno. Poi aveva perso il libro e dimenticato l’autore, ma quelle parole gli erano rimaste impresse. Quante cose non era stato in grado di possedere, di stringere forte! Sua sorella, ad esempio. Troppo simili per poter stare assieme senza che scoppiassero scintille: l’occasione era stata la divergenza su un punto nevralgico di tutta la loro teoria. Cosa farne, di quanto stavano scoprendo ed imparando.

«Ti rendi conto di quello che abbiamo tra le mani? Dovrebbero far dirigere a noi, il laboratorio, altro ché.» «Calma, calma…non bruciamo le tappe, non così in fretta. Meglio ricontrollare i dati, riguardare questi numeri, ad esempio…» «Fallo te, sorellina. Io mi fido della mia mente, dei miei calcoli, del tuo aiuto.» «Sì, ma se controlliamo una volta di più, magari evitiamo di…» «Di far innervosire il capo? Guarda che con questa roba, te lo ripeto, qui dentro il capoccia lo diventiamo noi.» «Sì, forse, può darsi, ma…» Tempo al tempo. Non ce n’era. Lui aveva parlato al plurale maestatis o includeva anche sua sorella? Se non erano simbiontici, potevano diventarlo? Gli venne in mente il mito platonico della mela, degli ermafroditi, e poi i suoi pensieri corsero ad altri primi uomini e donne, ovvero gli Adamo ed Eva che si erano scontrati con l’autorità volendo sapere troppo, tutto. Ed erano stati cacciati per sempre dal Paradiso. Potevano permettersi questo rischio? Loro, al Paradiso, ci stavano tornando, anzi: rientrando dalla porta principale, in pompa magna. «E se non diciamo niente, al boss, e proseguiamo noi lungo questa linea di calcolo?» le chiese puntando il dito su una stringa alfanumerica in particolare. «Ascolta, noi…» ancora quel noi, manco fossero i Bonnie e Clyde del post-moderno. «Basta. Ho capito cosa vorresti fare, ma non sono d’accordo.» «Ma perché?» «Perché dobbiamo stare alla regole, altrimenti tutto diviene caos, anarchia.» «Appunto! Ma quando puoi cavalcare questo marasma, allora te ne puoi fottere di tutto il resto. Tipo qui, guarda…integrale di alpha quadro moltiplicato per la z di Riemann elevata all’esponente di Cauchy, vedi come…» «Lo so già dove vuoi andare a parare. La mia risposta è no.» «Allora farò da solo.» disse stizzito. «E come? Coi calcoli a mente? Hai bisogno del computer di laboratorio, sbaglio?» «E tu me ne impediresti l’accesso?» «Posso fare ben di peggio.»

Il resto era storia. O leggenda. Oppure mito. No, non era ancora così tanto vecchio o così tanto famoso per divenire un aneddoto da raccontare la sera attorno al fuoco. La cecità era giunta per la sua protervia ed ingordigia. I tizzoni ardenti metaforici l’avevano reso orbo per davvero. Tu hai visto troppo, era stata la sentenza di un anonimo emissario, la sera di tanti anni prima. Vedi di non farlo più, o la prossima volta ti taglierò anche la lingua. Aveva aggiunto quella persona poco raccomandabile. Chi sei, chi ti manda? gli aveva chiesto. Non chi pensi tu, ma chi so io – la risposta. Ed ora, a me gli occhi, please. Con una mossa esperta, glieli aveva cauterizzati. Non ti preoccupare, è tutto reversibile. Dovrai aspettare qualche annetto, giusto per espiare meglio le tue colpe, poi tornerai da noi e tutto si risolverà. Cosa ne pensi? La sua proposta. Come poteva rifiutare? L’alternativa era esser marchiato a fuoco, per sempre, e mai più potersi salvare. Solo finire sommerso da tutta l’ignominia e la sventura, finché di lui non si sarebbe ricordato più nessuno. Magari, abiurando, invece…

Pensaci bene, molto bene. Non dovrai dirmi nulla, basterà scegliere cosa fare domani, e dopodomani, e tutti i giorni che verranno finché i tempi non saranno maturi. Mi hai capito, no? Per un po’, non farti… vedere al laboratorio. La battuta aveva un ché di grottesco e sarcastico. Ma aveva riso solo lui. E lui si era abbassato a scegliere la clandestinità, la vergogna, tutto quanto purché non peggiorassero le cose. Anche se peggio di così non poteva andare. Finché, non c’era stato il colpo di scena, il coup de theatre. E poi ne erano seguiti altri. La ruota, ad un certo punto, girava nel verso giusto.

Forse.

Il cagnolino giochicchiava con un osso finto. «Su bello, vieni qui, Edipo.» Come era semplice proiettare fuori di lui i propri complessi. E un disavanzo di parole, di lettere, di semplici nomi. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, salmodiò.

(CONTINUA)